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INTERVISTA A ELEONORA GIORGI:
“IL TEATRO COME IL MIO CINEMA ANNI 80″
E’ in scena fino al 10 gennaio, al teatro San Babila di Milano, “Fiore di cactus”, la commedia diventata famosa con il film interpretato nel 1969 da Walter Matthau e Ingrid Bergman. Sul palcoscenico oggi ci sono Eleonora Giorgi e Franco Castellano. Per la Giorgi è il debutto a teatro. “Questa volta non potevo proprio dire di no – spiega a Tgcom – E’la cosa più coerente con la mia carriera che potevo regalare a chi mi ama”.
Volto simbolo del cinema italiano anni 70 e poi della commedia anni 80 (da “Borotalco” a “Mia moglie è una strega” e “Compagni di scuola”), Eleonora Giorgi ha deciso di provare l’esperienza teatrale, che si era negata fino a questo momento. Per un’occasione così importante ha scelto un titolo che è ha suo modo un classico, quel “Fiore di cactus” che nella versione cinematografica fruttò un Oscar a una giovanissima Goldie Hawn, interprete accanto a un Matthau e a una Bergman in stato di grazia.
Come mai solo adesso ha deciso di approdare al teatro?
Il teatro è evidentemente una branchia importante dell’espressione artistica di un’attrice. Io l’avevo sapientemente rimandato ad oltranza perché, soprattutto per ragioni personali e di vita, mi sembrava troppo impegnativo e coinvolgente, a prescindere dalla qualità o meno del testo o del progetto. Attualmente le condizioni della mia vita mi hanno resa più disponibile alla vita itinerante e il copione di “Fiore di cactus” è diventato irrinunciabile. A pagina 20 ho alzato gli occhi e ho detto “mi hanno fregato”.
Cos’ha di così speciale “Fiore di cactus”?
E’ simile a quelle sei/otto commedie che hanno caratterizzato il mio momento d’oro. Alcune di queste non sono mai state dimenticate dal pubblico al punto che su Facebook mi postano tutte le cose di “Borotalco”, “Mia moglie è una strega”… Mi lega quindi a quella parte di italiani che mi stimano e che mi vorrebbero vedere di più. Il pubblico è quindi molto contento di vedermi a teatro e questa era la cosa più coerente che io potessi offrire.
Come mai non vediamo più Eleonora Giorgi al cinema?
Sono cose che succedono in quanto lo spettacolo non è più legato al mercato. Mi sento di spezzare una lancia a favore di chi è contro il famoso Fus, ovvero la legge di erogazione di fondi pubblici allo spettacolo. Il cinema di fatto è un’industria che fa dell’arte. Ma è molto difficile definire i limiti di questa definizione di “arte”. Nel momento in cui il cinema è legato ai contributi pubblici rientra in quella caratteristica tutta italiana della affiliazione, per non dire clientela. E c’è chi è dentro e chi no. Questo a prescindere da un serio atteggiamento di un’amministrazione che gestisce soldi pubblici e che dovrebbe quindi badare ai suoi rientri.
Cosa manca davvero al cinema italiano odierno?
I grandi produttori, che sono quelli che hanno fatto il grande cinema italiano. Quello non è nato con i soldi pubblici ma con lo sforzo eroico di talentuosissimi produttori, di cui non abbiamo più che rarissimi esemplari. Forse Procacci, con Fandango, è l’ultimo.
Lei ha provato in prima persona a passare dalla parte della produzione…
Nella nostra ingenuità io e Massimo Ciavarro abbiamo costruito una microscopica casa di produzione con la quale abbiamo realizzato tre film. L’ultimo di questi è nelle sale, si fa per dire, adesso, una storia sugli adolescenti piuttosto forte e vera che ha ricevuto molti complimenti da chi l’ha visto. Si chiama “L’ultima estate” e ne siamo molto felici. Però devo dire che l’esperienza si fermerà qui perché non possiamo rovinarci. Siamo stati talmente onesti nella nostra piccolezza da averci messo un sacco di soldi nostri.
Sembra di cogliere molta amarezza nelle sue parole, è realmente così?
No, assolutamente. Io sono grata al mio paese per le opportunità che mi ha fatto avere e sono grata a quella parte di pubblico che mi ama e mi stima per ragioni che non sono solo di glamour. Vorrei solo portare avanti l’eroismo della normalità, perché in nome di “famolo strano” abbiamo stravolto il Paese in dieci anni. Detto tutto questo sono una persona molto serena e felice. Però la mia parte razionale non può fare a meno di notare certe cose.
Tipo?
Tipo che Sharon Stone per riconquistare le copertine deve mettersi in mutande perché quella è l’unica vera proposta con cui viene identificata la donna: il sesso. Però nel momento in cui viene sdoganata la relazione tra una donna matura e un ragazzo giovane, non c’è nessuno che pensa a portare questa realtà sullo schermo. C’è forse qualcuno in Italia che ha mai raccontato di una cinquantenne figa travolta dalla passione per uno più giovane, seppur in chiave di commedia? Parlo di una cosa che Almodovar ha fatto quindici anni fa in “Carne tremula”.
La risposta è evidente. Chi dovrebbe pensarci?
Gli autori. Perché Verdone non fa una storia con me e Christian De Sica? E’ un’onta avere 50 anni? Credo che molti impazzirebbero per vedere “Borotalco” vent’anni dopo. Speriamo.
(fonte: tgcom.it)